giovedì 30 agosto 2012

Dalla parte del lupo cattivo

E’ con un po’ di stupore e con rammarico, che negli ultimi tempi ho letto e sentito della minaccia che il lupo potrebbe costituire per la pastorizia e l’agricoltura di valli come le nostre. Appare chiara un’evidente disinformazione oltre che un pericoloso retaggio culturale che affonda le radici in un oscurantismo quasi medioevale. E’ come se la causa delle sfortune e della crisi delle attività agropastorali, peraltro già in atto da tempo, fosse oltremodo da attribuire al lupo e non (come spesso invece accade) a una cattiva gestione che non punta affatto sulla filiera corta, sull’innovazione e sulle “idee”. Si badi, chi scrive è uno strenuo difensore della pastorizia alpina e ben conosce le estreme difficoltà cui ormai pochi coraggiosi vanno incontro per mantenerla viva. Eppure, una maggiore attenzione nella “prevenzione” potrebbe garantire una perfetta convivenza tra un predatore naturale selvatico come il lupo e l’uomo, evitando così di legittimare qualche atto sconsiderato che, dietro la penosa scusa di difendere la pastorizia, potrebbe invece risolversi in mero bracconaggio. Perché, si creda, ho talvolta sentito difendere questa pratica illegale quasi si trattasse di una “tradizione” per le nostre valli, quando cacciatore e bracconiere erano messi sullo stesso piano per questioni di sopravvivenza. Si sappia, invece, fatto che mi sembra più utile per una corretta informazione, che la Politica Agricola Comunitaria (PAC) per il 2014-2020 prevede tra le sue priorità un incentivo per la conservazione delle specie di particolare pregio, tra cui il lupo, così come la difesa degli habitat naturali. E’ l’Europa a chiedercelo. Nonostante i tagli annunciati, inoltre, si renderanno disponibili 1 miliardo e 200 milioni di Euro per le attività agricole e zootecniche italiane. Nei programmi di Sviluppo Rurale delle Regioni, come ha chiesto il WWF, una parte delle risorse dovrebbe essere impiegata per la prevenzione e la riduzione dei danni causati dalle specie selvatiche, evitando così che la soluzione unica (che molti vorrebbero) sia l’abbattimento. Difendere la biodiversità è l’unica strada possibile per contrastare una dequalificazione del territorio sempre più invasiva, il cui risultato è uno squilibrio dell’habitat naturale. Dunque, ci si pensi bene prima di dire che esiste un reale “problema lupo”. Se poi dovesse capitarvi girovagando per le nostre montagne di incontrare questo schivo e magnifico animale, godetevi il momento, unico e imperdibile.

giovedì 23 agosto 2012

Per una nuova visione delle cose

Certi detrattori del GISM e della sua storica battaglia “ideale”, ci hanno spesso descritti come dei conservatori un po’ nostalgici del tempo passato. Ora a parte il fatto che è tutto da dimostrare se questo sia vero, personalmente non vedo alcunché di negativo nella “nostalgia”, in quanto ciascuno è libero di relazionarsi come meglio crede rispetto al proprio passato.

La nostalgia, al pari del bel ricordo, della gioia, del dolore, della paura, dell’esaltazione, è un sentimento, e noi che siamo alpinisti e scalatori, abbiamo provato questi stati d’animo e siamo fieri di poter dire che il “sentimento” è un punto fermo del nostro andare per monti.

Dunque, chi ci accusa di essere dei conservatori non s’accorge semmai che siamo i depositari del medesimo sentimento che certamente albergò nell’animo del più antico proto - alpinista. Suggerirei anzi a costoro di accantonare per un attimo i giudizi critici, di scrutare con attenzione nell’intimo e di scoprire il significato ontologico del proprio “essere alpinisti”.

L’essere “conservatore” viene spesso contrapposto all’essere “rivoluzionario”. Ma che cos’è la rivoluzione? Il termine viene dal latino revolutio che significa “rivolgimento”, ovvero un mutamento improvviso e profondo che comporta la rottura di un modello precedente e il sorgere di un nuovo modello. L’alpinismo stesso, per esempio è stato rivoluzionario per quanto concerne una nuova consapevolezza del paesaggio alpino e della montagna.

Nei suoi oltre due secoli di storia, si sono avvicendate rivoluzioni tecniche che si sono inevitabilmente accompagnate a delle rivoluzioni etico-filosofiche. Al tecnicismo eccessivo, per esempio, hanno fatto eco da sempre delle forti reazioni uguali e contrarie, tant’è che se dovessimo rappresentarne su di un grafico l’andamento fenomenico, ne otterremmo una curva sinusoidale.

Un’idea è dunque “rivoluzionaria” quando è figlia del contesto storico-sociale in cui si manifesta, quindi, può diventare paradossalmente un’idea conservatrice qualora questo contesto venga a mutare sensibilmente.

Il fatto che noi, oggi come ieri, difendiamo l’alpinismo come fatto etico, ideale ed artistico, può dunque, all’analisi dell’evoluzione dell’alpinismo degli ultimi 25 anni, apparire più che rivoluzionario.

E’ importante però che il nostro sodalizio sappia veramente concorrere al dibattito etico-filosofico odierno in materia d’alpinismo, esprimendo una certa dinamicità del pensiero e delle idee cogliendo realmente la novità del nostro messaggio, rifuggendo il rischio di rimanere arroccati con un certo immobilismo su tematiche esclusive, fatto che realmente rischierebbe di alimentare gli stereotipi da parte di qualche osservatore poco accorto.

Gli ultimi due anni, per noi, sono stati caratterizzati da un intenso lavoro, guidati e ispirati dal nostro Presidente Spiro Dalla Porta Xydias che ha saputo, con intelligenza e onestà intellettuale, comprendere l’importanza dell’inserimento del nostro gruppo nelle complesse pieghe dell’alpinismo di oggi.

E’ stato necessario innanzitutto un lungo lavoro di analisi critico-razionale degli ultimi 30 anni dell’alpinismo, un lavoro che si è articolato attraverso lo studio ma anche attraverso confronti, tavole rotonde e dibattiti. Si è sentita l’esigenza soprattutto di fare chiarezza in merito a certi movimenti di pensiero, da un lato accusati di essere la causa della progressiva sportivizzazione dell’alpinismo e che, dall’altra, sono stati strumentalizzati da un’eccessiva quanto errata agiografia dei personaggi che ne sono stati protagonisti.

Si rivalutano così oggi, sotto una luce diversa e smascherando definitivamente una sorta d’inganno, dei genuini tentativi del passato di difendere una dimensione spirituale della scalata ben al di là della vetta stessa, che per il nostro GISM ha da sempre assunto un valore simbolico.

Si comprende allora in modo più chiaro la vera genesi della sportivizzazione dell’alpinismo, mutuata in questi ultimi decenni anni dal tecnicismo esasperato ed da un conseguente inaridimento “sentimentale”. E, si badi bene, non si tratta affatto come qualcuno vorrebbe invece trasmettere, di essere contrari alla cosiddetta “arrampicata sportiva”. Per fugare qualsiasi dubbio, chi scrive, è anche un tecnico di questa disciplina sportiva che non intende affatto avere la pretesa di sostituire in alcunché la scalata alpinistica o l’arrampicata su terreno naturale.


E’ invece importante comprendere quali siano stati, soprattutto negli ultimi due decenni, gli eccessi e le degenerazioni di un “vento sportivo” della scalata che, assimilato dalla massa media dei praticanti, ha decretato una progressiva banalizzazione della pratica della montagna, con la pretesa quasi dovuta, che questa dovesse essere adattata alle capacità medie del singolo.

Questo modello di pensiero che potremmo tradurre con la “montagna plaisir”, è figlio di una società che ha diffuso caduchi modelli di benessere sotto la falsa prospettiva che la tecnologia possa risolvere tutto. Sicurezza in montagna in primis. L’alienazione del rischio e dell’incertezza della riuscita attraverso l’accanimento del mezzo tecnico, rischiano così per diventare i pericolosi elementi che, oltre ad un inaridimento “spirituale”, aprono le porte a quella montagna della privazione delle libertà e dei divieti che oggi, sempre di più stiamo conoscendo.

Veniamo così privati della nostra sensibilità creativa, della possibilità di scegliere il modo di confrontarci con la montagna; spesso siamo accusati dai media e da un’opinione pubblica sempre più “conservatrice” di essere solo dei romantici che ammiccano alla bella morte. Quasi il romanticismo, poi, fosse un disvalore e noi non fossimo semplicemente degli appassionati che ritengono ancora che il “sentire” (il sentimento) sia un elemento importante e insostituibile per tramutare l’avventura in montagna una bella esperienza interiore.

Ma, oggi, la deità del grado e del mezzo tecnico che mitiga il rischio a favore della prestazione sportiva, comincia a mostrare segni di cedimento. Si rivendica nuovamente una pratica della scalata che parta dalla sensibilità interiore dell’individuo, ponendo in primo piano l’incertezza della riuscita e la montagna come reale “spazio per la fantasia”.

E’ il concetto del “sentimento della meta” dove l’elemento centrale diviene l’esperienza interiore ed emotiva, non più la volontà di affermazione personale o il consumo “meccanico” della parete e della montagna. E non si temano pericolosi e insidiosi fraintendimenti che qualcuno di noi, non ancora perfettamente consapevole, può rischiare di scorgere in questa nuova sensibilità.
Come già scrisse Gian Piero Motti più di 35 anni fa, soltanto ciò che non è veramente sacro può essere dissacrato.

Alcuni giorni fa mi sono recato ad esplorare una zona di massi con un giovane praticante di bouldering, avvezzo soprattutto al mondo dell’indoor e della competizione. Sul far della sera, dopo aver tracciato numerosi passaggi nuovi, ho chiesto lui cosa pensasse di quella giornata. Ero curioso di sapere in quale misura il contesto del paesaggio circostante, per me di particolare forza evocativa, avesse in lui suscitato un qualche sentimento rubando un po’ d’attenzione al fine. “ E’ stata una giornata visionaria” è stata la sua risposta.

Ebbene, in quelle parole, io vedo la certezza che non solo un’altra visione dell’alpinismo e della scalata è possibile, ma quanto il sentimento sia un valore irrinunciabile. E questo perché la nostra sensibilità non può prescindere dalla percezione dell’elemento naturale qualunque esso sia, anche nel pieno dell’azione.

Non importa se stiamo raggiungendo una vetta, un colle, percorrendo una parete senza vetta, o scendendo una parete con gli sci. Parafrasando ancora una volta Motti, “l’importante non è affermare sé stessi ma vivere sensazioni più profonde”.

domenica 29 luglio 2012

Vallone di Sea Climbing Meeting 2012



Il vallone di Sea per tre giorni capitale “morale” della scalata piemontese.

Groscavallo.Il tempo a tratti perturbato nelle giornate di venerdì 27 e di sabato 28, non ha impedito agli arrampicatori giunti da tutta Italia di cimentarsi con le pareti del selvaggio e affascinate vallone di Sea. Poi, finalmente, domenica uno splendido sole ha accompagnato gli oltre 30 specialisti del bouldering che si sono confrontati sui massi di Balma Massiet, sotto gli occhi di un pubblico attento e incuriosito. La vittoria in campo maschile è andata a Pietro Bassotto della Società Arrampicata Sportiva Palavela di Torino, che ha risolto al primo tentativo tutti i problemi preparati dai tracciatori. Secondo si è classificato Andrea Molinario dell’Arrampicata Sportiva Rivoli, mentre il terzo posto è andato a Mauro Feletto sempre della S.A.S.P. Torino; nella categoria donne si è imposta Ilaria Scolaris (S.A.S.P. Torino) già vincitrice dell’edizione scorsa. La Kermesse del verticale ha registrato quest’anno 75 iscritti che, secondo gli organizzatori, avrebbero potuto superare il centinaio se il maltempo non avesse scoraggiato molti scalatori inizialmente intenzionati a partecipare. Numerose le rappresentanze, come la Scuola Nazionale d’Alpinismo “Giusto Gervasutti” di Torino, la Scuola “Valle Orco”, la Scuola “Paolo Giordano” del Cai di Orbassano, la Sezione Alpinisti Testimonial del GISM, il Club Alpino Accademico Italiano, l’Alpine Club britannico, la S.A.S.P. Torino, l’A.R.S. Rivoli, il B-side di Torino.
In occasione della concomitante Festa d’la Mountanhi, sabato 29 alle ore 21, si è tenuta a Cantoira la premiazione del Concorso Nazionale di Letteratura di Montagna: “Con il cuore, con l’ideale, con la corda”. Il prestigioso riconoscimento è andato all’alpinista – scrittore genovese Christian Roccati, con il libro: “Lacrime nella pioggia”. L’appuntamento è per il prossimo anno, con un raduno che, nelle intenzioni dei soddisfatti organizzatori, sarà ancora più grande e ricco di appuntamenti.

sabato 16 giugno 2012

Del sentimento della vetta e della meta



Nel 1929, un gruppo di alpinisti ed intellettuali della montagna decise di opporsi alla decisione del regime fascista di trasferire il Club Alpino Italiano a Roma, inquadrandolo nel C.O.N.I. e decretando così la “sportivizzazione” dell’alpinismo.
Nacque in questo modo, a Torino, il GISM - Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, con il chiaro intento di difendere un’idea di scalata e d’alpinismo come fatto ideale, spirituale ed artistico.
Negli ottant’anni della sua storia, nel sodalizio si sono avvicendati alcuni dei migliori scrittori-alpinisti italiani di sempre, le cui imprese ed i cui scritti sono parte indelebile della storia e della cultura alpina.
Molti appassionati di montagna di oggi, possono pensare che tali ideali appartengano ad un’epoca che non c’è più e che possano risultare il frutto di una certa nostalgia per il passato. Al contrario, basta osservare con attenzione l’alpinismo odierno nelle sue varie pieghe e compagini, per cogliere i segnali di un malessere derivato da un inaridimento “sentimentale”, derivato da decenni di tecnicismo esasperato. Appare chiaro come l’idea sportiva non sia più sufficiente e come il pensiero di molti intellettuali dell’alpe, fino a ieri ritenuti superati, sia oggi più “moderno” che mai.
In questo breve saggio abbiamo inteso confrontare i nostri punti di vista, spesso diversi per esperienza ed età anagrafica, uniti però nella comune convinzione che sia necessario rimettere al centro dell’alpinismo e della scalata il “sentimento”. Per ottenere questo scopo, abbiamo dovuto dipanare la spessa cortina di mistificazioni e di equivoci che avvolge la storia dell’alpinismo, dimostrando che se una certa componente sportiva non può essere negata, ancor di più non lo potrà essere quella “ideale”. Guardando con attenzione dentro di noi, scopriremo che la “meta”, sia essa una vetta o il culmine di una parete, diventano il termine ideale di un viaggio interiore unico, dove grado, competizione, record e affermazione sono secondari se non inutili.
Ci si renderà conto, allora, che la corda viene dopo il cuore e la mente.


Gli autori
Marco Blatto
Spiro Dalla Porta Xydias


Dall'8 giugno in tutte le librerie!

sabato 2 giugno 2012

Vallone di Sea Climbing Meeting 2012




Programma
Venerdì 27 luglio

Ore 9: ritrovo in Piazza Girardi a Forno Alpi Graie (Groscavallo). Registrazione dei partecipanti e partenza per i settori di arrampicata
Ore 19: Cena tutti assieme presso l’albergo Risorante Setugrino di frazione Pialpetta di Groscavallo.
Ore 21: Proiezione “Alle origini dell’arrampicata metropolitana torinese” + filmato della scalata della Mole Antonelliana 2002. A cura dello staff della Società Arrampicata Sportiva Palavela di Torino (SASP – Torino)

Sabato 28 luglio

Ore 9,00: ritrovo in Piazza Girardi a Forno Alpi Graie, registrazione dei partecipanti e partenza per i settori di arrampicata
Ore 18,00 presso l’Albergo Ristorante Cantoira: Caffè letterario a cura del GISM
Ore 19,00: Cantoira. “Màrénda à la mödda vieij” (Merenda alla moda vecchia) tutti assieme presso il “Bar Progresso”
Ore 21,00: presso il Salone comunale di Cantoira: Premiazione del concorso letterario di montagna “Con il cuore, con l’ideale, con la corda”, alla presenza delle autorità. A cura della Sezione Alpinisti Testimonial del GISM e del Club Alpino Accademico Italiano.
A seguire, nell’ambito del gemellaggio con la Regione Liguria, canti e musiche a cura del gruppo “Trallallero” e del gruppo locale francoprovenzale “Li Magnoutoun”.
Durante il pomeriggio e la sera, in Via della Chiesa sarà presente un mercatino con prodotti tipici.
Per i festaioli ad oltranza alle 23,00, presso il Ristorante Cantoira: “La Ribote”, canti, cibo e vino con i musicanti.

Domenica 29 luglio

Ore 10,00: Ritrovo dei partecipanti presso la Piazza Girardi di Forno Alpi Graie, registrazione e partenza per i settori.
Ore 11,00: presso il circuito massi di Balma Massiet “Polvere di Stelle Bouldering Parade”; blocchi di ogni difficoltà tracciati dagli istruttori e dagli atleti della SASP – Torino.

Ore 18,00 – Cantoira: presso l’Albergo Ristorante Cantoira premiazione del Bouldering Contest
Ore 18,30: Grand Buffet di chiusura tutti insieme e presentazione dell’iniziativa “Gruppo Rocciatori Val Sea”.

Il costo dell’iscrizione al meeting e al “Bouldering Contest” è di 10 euro, ed è comprensivo della maglietta ufficiale e del materiale cartaceo informativo.

Dove dormire:
E’ possibile campeggiare nel Vallone di Sea oppure a Forno Alpi Graie, limitatamente ai giorni del meeting.

Bed&Breakfast il Cavallino – Via Lensi 45 Cantoira. +39 3402321929 www.bbcavallino.it
Agriturismo Lu scialè – fr.Bonzo di Groscavallo. +39 348.311.82.21, www.lusciale.it
Albergo Ristorante Setugrino – fr. Pialpetta di Groscavallo – posto tappa GTA. 0123
81016.
Albergo Ristorante Savoia – Corso Savoia 1, Forno Alpi Graie 012381042
Camping la Roccia – Via Torino 1, Cantoira. 0123 585730
Info meeting: 3206270030 – 0123 585688
Webcam e meteo: www.fornoalpigraie.it
Per altre sistemazioni, per ogni tariffa ed esigenza, contattare l’ATL 3 Canavese e Valli di Lanzo allo 0123 28020

lunedì 19 dicembre 2011

Sulle spalle dell'orco. Chiodi, nuts, mirtilli e altre storie




Nell’estate del 1991 vagavamo in Val Grande di Lanzo alla ricerca di nuovi settori per arrampicare.
La recente scomparsa di Gian Carlo Grassi ci aveva fatto disertare un po’ il vallone di Sea, dove avevamo la sensazione che nulla mai più sarebbe stato come prima. Con gli amici Stefano Verga e Valerio Pusceddu, ero dunque salito nel bacino di Sagnasse sull’alta sinistra idrografica della valle che costituisce lo spartiacque con la Valle dell’Orco. Qui, la propaggine meridionale di una delle creste del Piccolo Morion (Cresta di Prà Longis), è caratterizzata da alcuni torrioni dove la roccia sembrava invitante.
Eravamo partiti abbastanza tardi e con pochissimo materiale, tra cui 4 spit rock da 8mm con perforatore a mano che intendevamo utilizzare per le soste.
Individuato il punto più debole del torrione di sinistra, quello più evidente ed elegante, iniziammo a salire lungo un sistema di fessure articolate ed erbose, scorgendo più a sinistra un chiodo un po’ datato con cordino. Sembrava trattarsi del ripiego da un precedente tentativo e conoscendo l’inarrestabile frenesia esplorativa di Gian Carlo Grassi, pensammo subito a lui. In effetti, di ripiego poteva trattarsi, poiché il chiodo era sovrastato da una placca molto compatta e parecchio difficile, non proteggibile senza forare la roccia. Eravamo anche consci però, che la parola “ripiego” difficilmente aveva fatto parte del vocabolario del “maestro” e che quindi potesse aver da lì pendolato verso destra, fino a raggiungere la linea che stavamo ora seguendo. Procedemmo con apprensione pensando già alla sfumata “prima”, ma nessun segno di passaggio precedente appariva però ai nostri occhi. Attaccammo la splendida lama fessura che incide la parte medio - alta della torre, fuori misura e non proteggibile nemmeno con i nostri excentrics 10. La scalammo tutto d’un fiato. Poi la fessura s’ammorbidiva e l’arrampicata continuò piacevole fino in vetta, dove però non potemmo attrezzare la sosta perché avevamo esaurito gli spit. Fu giocoforza dunque calarsi con alcuni stratagemmi dagli spuntoni, con conseguente e immancabile incastro della corda. Si arrivò alla base del torrione che già era scuro. Valerio propose di dedicare la salita a Gian Carlo Grassi e battezzammo la via “Ultimo volo”, in ricordo dell’ultimo incontro con il “maestro” avvenuto in autunno nel vallone di Sea.
Fine della prima esplorazione dei Torrioni di Prà Longis, o meglio, inizio una lunga pausa fino all’autunno del 2003, quando vi faccio ritorno con gli amici Paolo Giatti e Francesco Collecchia. Abbiamo al seguito solo materiale tradizionale e intendiamo attaccare lo sperone nel punto più basso, tentando poi di afferrare un diedro che con scalata interna dovrebbe permetterci di raggiungere la sommità del torrione. La roccia si presenta piuttosto cattiva, anche se non mancano tratti entusiasmanti come un fessurino di 6b dove procediamo chiodando in arrampicata, oppure i delicatissimi passaggi sul diedro centrale. Nasce così “Dissapori d’autunno” una bella scalata d’altri tempi nell’era del trapano, la seconda via realizzata su questa parete. Nel mese di luglio dell’anno seguente ho però anch’io il perforatore a batteria al seguito, con il quale intendo attrezzare le soste del nuovo itinerario che ho mentalmente disegnato sul torrione più a destra. Lo abbiamo battezzato “Torrione centrale” dato la posizione rispetto al complesso della struttura. La scalata fila via che è un piacere solo su protezioni veloci, ma, a un certo punto, un compatto e aggettante muretto mi obbliga a mettere uno spit. Sarà alla fine l’unico dell’intera la via e non risolverà nemmeno del tutto il problema psicologico del passaggio di 6a+ (qualcuno dirà poi che è molto di più). In alto ci aspetta una lama entusiasmante, poi una successione di piccoli salti tutti da interpretare. In cima, l’amico Renato Rivelli estrae dallo zaino una bottiglia per festeggiare la prima salita ed il nome al nuovo itinerario è presto dato: “Brindi di mezza estate”. Ad agosto, con l’apporto di Alice Galizia nascono anche la bellissima “Mirtillomania”, con un duro spigolo di 7a, e l’attacco diretto di “Ultimo volo”, due bellissime lunghezze con chiodatura abbastanza lunga di 6a/b.
Il resto è storia più recente, quando, nell’autunno del 2010, traccio sul torrione di destra una bella via in stile “trad”. Si tratta di tre lunghezze completamente in fessure di dimensione variabile, con difficoltà fino al 6b+. La roccia, la vicinanza geografica e la recente “questione del trad”, mi suggeriscono il nome: “Sulle spalle dell’Orco”. Un mondo di potenziali fessure e di nuovi tracciati, si apre così come per incanto nel settore destro della parete, dove è possibile ancora salire delle linee di una certa lunghezza, così come “giocare” su rischiosi hig ball.

Semi-epilogo: una sera, incontro Oliviero Toso presso la palestra indoor di arrampicata Guido Rossa di Torino, uno scalatore che non vedevo da almeno da 25 anni, che mi svela il mistero del chiodo con cordino che avevo attribuito a Gian Carlo. Mi racconta che il chiodo, è in effetti quello lasciato per un pendolo, ma da lui e Franco Benedetti, che piegarono poi verso il sistema di fessure più o meno seguite anche da noi nove anni dopo. Il loro tracciato fu chiamato “Zucchero e mirtilli” facendo riferimento, così come la nostra “Mirtillomania”, alle migliaia di mirtilli disseminati nel bacino del Sagnasse. Dunque, “Ultimo volo” con attacco originale non può essere considerata una “prima”, ma, l’attuale attacco diretto realizzato nel 2004, abbinato alla seconda parte di “Zucchero e Mirtilli” (la prima è un po’ bruttina), rappresenta oggi la più bella combinazione della parete.
E la storia continua.


Accesso: da Pialpetta di Groscavallo seguire la stretta strada asfaltata per i Rivotti, dove si parcheggia al fondo della carrozzabile. Seguire i bollini biancorossi che dalle case s’inoltrano nel bosco di betulle, superano un ripetitore e poi, dopo alcuni risvolti si collegano con la strada degli alpeggi proveniente da Rivotti. Percorrere quindi fedelmente la strada uscendo nel bacino del Sagnasse in vista dei Torrioni di Prà Longis. Nei pressi di una stretta curva a “S”, lasciare la sterrata in prossimità di un grosso ometto e inoltrarsi nel pascolo con grandi massi e vaccinieto. In leggera ascesa (ometti) superare una pietraia con grandi massi e risalire lo zoccolo fino alla base dei torrioni (ore 1,20 da Rivotti).

Le vie

Torrione di sinistra

Dissapori d’autunno: 120 m 6b (5c/A1). Scalata classica su roccia da verificare, impegnativa e suggestiva. Attacco originale nel punto più basso del torrione. In posto qualche chiodo più le soste
( chiodi). Friend fino al n° 3 bd, qualche nut, martello per ribattere i chiodi e cordoni. Discesa in doppia dalla punta.
Mirtillomania: 120 m 7a (6a). Bella via con il secondo tiro veramente bello in un diedro fessurato. Duro singolo in uscita di 7a con un solo spit. Attacco lungo una lama fessurata. In posto 4 spit; una serie completa di friend con 1 e 2 doppi. Discesa in doppia
Ultimo Volo + Zucchero e Mirtilli: 120 m 6b (6a). Bella combinazione con scalata su placca verticale e fessura. Attacco con chiodo giallo. In posto 5 spit; friend fino al n° 5 bd se si vuole proteggere bene la fessura del terzo tiro. Discesa in doppia


Torrione centrale

Brindisi di mezza estate: 180 m 6a+ obbligatorio. Bella scalata con alcune sezioni veramente entusiasmanti. Peccato che l’ultimo tiro sia interrotto da una cengia e roccette erbose. In posto 1 spit e 4 chiodi; friend fino al n° 3 bd. Discesa in doppia



Torrione di destra - settore “clean”

E’ questo un settore dove abbiamo cercato, data la natura del luogo, di eliminare addirittura gli spit alle soste. E’ stato bello così, non lasciare alcuna traccia del proprio passaggio.

Sulle spalle dell’Orco: 70 m 6b+. Scalata in fessura strapiombante e atletica. In posto non vi è nulla, soste da attrezzare. Friend fino al n° 4 bd con 2 e 3 doppi. Discesa a piedi sul lato destro della struttura.

Il raglio delle giubbe rosse: 70 m 6a+. Camino, fessura off width e diedri. In posto non vi è nulla. Friend fino al 5 bd