giovedì 30 maggio 2013
Valli di Lanzo: ripartire dal territorio
E’ luogo comune affermare che quando si “tocca il fondo” non si può far altro che risalire. Ora, è difficile dire se in territori come i nostri, questo fondo sia stato raggiunto. E’ però sufficiente captare il senso di resa che talvolta si manifesta nei nostri paesi, per capire che l’impatto al termine della caduta non è poi così lontano. La marginalizzazione delle “terre alte” è certamente stata accelerata dalla crisi economica globale. Il “male” ha però molte sfaccettature: dallo scarso peso politico di certe aree in termini elettorali alla maldestra metabolizzazione dello sfruttamento turistico, che nel corso di un secolo è passato dalla cosiddetta “belle epoque” all’era industriale. E’ in questa fase, tra gli anni ‘60 e ‘70, che il turismo di massa estivo ha conosciuto il suo apice, esaurendo poi la spinta inerziale negli anni ‘80. In molti hanno creduto che la rendita di questo periodo, in cui è fiorita la speculazione edilizia associata alla svendita del territorio, potesse durare per generazioni. La perdita della nostra identità geografica e linguistica, al massimo rispolverata come elemento folkloristico, ha innescato un rapporto uomo – montagna sempre più distante dalla “risorsa territorio”, un allontanamento spesso mediato culturalmente da un’incredibile quanto inspiegabile ignoranza delle risorse paesistiche reali, che invece sono il pilastro dell’architettura socio-antropologica delle nostre valli. Oggi, paradossalmente, la crisi che stiamo vivendo ci offre una nuova opportunità a patto che la si voglia cogliere.
Le future politiche territoriali andranno indirizzate alla liberazione delle risorse economiche e culturali delle società locali, risorse che spesso oggi non sono riconosciute come tali. In questo progetto dovrà essere inserito il paesaggio naturale attraverso il potenziamento della rete escursionistica e lo studio di nuovi percorsi d’interesse storico-etnografico, così come un’agricoltura non più confinata a elemento di sussistenza minima o al più integrativo. Per attuare tutto ciò, occorre una piattaforma comune che superi gli storici egoismi locali, costruendo al contrario aree territoriali dinamiche, vero luogo di processi e azioni. E’ necessario cicatrizzare dunque il taglio perpetrato in passato a danno dei valori tradizionali perché ammaliati dall’illusoria prospettiva di un turismo speculativo, ripartendo invece dal territorio e da una nuova sensibilità di lettura. Non è ancora troppo tardi e “risalire” è possibile.
Ricordando Gian Piero Motti
Quest’anno, sabato 22 giugno, ricorderemo la figura di Gian Piero Motti, alpinista e raffinato ideologo della montagna. Lo faremo a Breno di Chialamberto, luogo che gli fu caro fin dall’infanzia e che vide maturare progressivamente quella sensibilità spirituale e visionaria che seppe in seguito far irrompere in un mondo alpinistico dominato dallo stallo intellettuale. Tralasciando la consueta anfibologia: “Nuovo Mattino-Motti” e rifuggendo da velleità agiografiche, dell’uomo Motti a mio avviso occorre senz’altro sottolineare le profonde e solide radici con i luoghi della fanciullezza, con quella geografia degli affetti in cui, la Val Grande in particolare, avrà un ruolo fondamentale nella definizione di quell’animo che coglierà come pochi altri lo spirito evocativo della montagna e dei suoi elementi. Questo fatto emerge in modo esemplare nell’ultimo scritto: “Alla ricerca delle Antiche Sere”, dove la monografia alpinistica sul vallone di Sea è in realtà la scusa per svelare molti elementi chiarificatori del tentativo, forse fallito, di intendere la scalata entro una dimensione spirituale. Le “Antiche Sere” rappresentarono probabilmente una delle ultime espressioni manifeste del mondo alpinistico contemporaneo in cui si possono rilevare tutti gli elementi del romanticismo: la percezione del paesaggio, l’empatia, lo slancio sentimentale, il volo di fantasia, il riferimento all’idealismo magico di Novalis, il simbolismo, la nostalgia. E con il termine “Antiche Sere”, metaforicamente speculare al “Nuovo Mattino” dei primi anni ’70, possiamo altresì intendere un periodo storico ben preciso che va dal 1979 a quel tragico giugno del 1983, quando Gian Piero decise di lasciarci. In noi, all’epoca giovani apprendisti del mondo del verticale, rimase l’indelebile ricordo dei frequenti incontri serali ai Massi di Balme di Cantoira, animati da un uomo elegante nel gesto e nella parola. Negli anni che seguirono, invece, maturò sicuramente in me la voglia di studiare a fondo l’essenza del suo pensiero, troppo spesso mistificato e asservito a un certo manierismo letterario. Ricorderemo Gian Piero dunque, a trent’anni esatti dalla sua scomparsa, lo faremo con amici e famigliari e con il rammarico che le nostre valli non sono solite celebrare i loro uomini più illustri. Lo abbiamo già visto succedere in passato. Ed è un vero peccato oltreché un’occasione persa.
venerdì 29 marzo 2013
K2: polemiche inevitabili sulla Fiction Rai?
E' più normale che ci sia stato un pò di trambusto nella comunità alpinistica "per bene", in seguito alla messa in onda della Fiction RAI: K2 la montagna degli italiani. Anzi, il CAI non ha perso tempo a prenderne le distanze. E' vero, alcune sfumature della fiction non possono che provocare un certo imbarazzo. E' un imbarazzo non dissimile, per esempio, da quello che gli storici possono aver provato migliaia di volte nella visione delle numerose pellicole holliwoodiane di genere bellico che molti di noi, magari, hanno consacrato alla "storia della cinematografia". E' solo questione di sensibilità dei punti di vista. Che dire allora del capolavoro di Trenker "La grande conquista"?, storicamente inattendibile ma fascinoso ed intrigante? Di fronte ad una fiction non bisognerebbe nutrire troppe aspettative storico-documentaristiche, salvo poi ritrovarsi tutti scontatamente indignati. Certo è, che la fiction italiana, salvo capolavori del passato come i Promessi Sposi, La Cittadella o l'Odissea, si è nel tempo "mediasetizzata" ed ha assunto sempre il volto rassicurante, pacioso, buonista e mai troppo serio che tanto piace all'italietta del qualunquismo.
Ti "romanizzo" Bonatti e te lo vendo come il Raul Bova dell'Alpe? Ecchissenefrega tanto, è bello, tagliagola e piace a nonne, massaie e bambini. L'abbiamo già visto questo esperimento mal riuscito, per esempio con la miniserie "Il cuore nel pozzo" dove il pur bravo Beppe Fiorello non sostiene una storia il cui tema è la tragedia delle foibe. Altri esperimenti cinematografici,invece, come "El Alamein la linea del fuoco", pur con un'onestà di fondo e con bravi attori come Pier Francesco Favino non hanno saputo rendere il vero dramma e l'eroismo della battaglia di El Alamein, anzi, la storia vive addirittura in uno spazio temporale parecchio distante dall'inferno di quella battaglia. Anche i reduci della Pavia o della Folgore ebbero parole molto critiche per la pellicola, ed avevano motivi ben più validi del nostro lagnosetto orgoglio alpinistico.
Conoscendo però Bonatti ed il suo spirito, sono certo che come Harrer di fronte a Brad Pitt, scherzoso e affabile come sempre il nostro avrebbe certamente detto :"Certo che ero più bello io...". Al contrario (e questo è il limite della fiction sempliciona) non l'avrebbe soddisfatto la parte che doveva avere funzione di "riscatto". Ma quel riscatto Walter l'aveva già ampiamente avuto, così come l'affetto incondizionato e la simpatia di quel grande pubblico anche di "non alpinisti".
domenica 30 settembre 2012
Nuove speranze per il Rifugio Eugenio Ferreri nel vallone di Gura
Avevamo iniziato una battaglia da un pò di anni per salvare questo pezzo di storia dell'alpinismo occidentale dalla rovina e dall'oblio. Il Rifugio della Gura, eretto nel 1887 per volontà dell'Avvocato Giuseppe Corrà, dalla sezione di Torino, costò 7000 lire. Per anni, fino almeno alla cosruzione del Rifugio Paolo Daviso e dei successivi e sfortunati "bivacchi" Rivero, la costruzione ha costituito un valido punto di appoggio per l'esplorazione alpinistica del gruppo Gura-Martellot (Valli di Lanzo - Graie meridionali).Nel 1957 fu intitolata al membro del GISM-CAAI Eugenio Ferreri. Il suo "superamento" coincise con il progressivo abbandono, e nonostante l'incredibile solidità delle struttura (che appare ancor oggi) si è assitito al lento deterioramento degli interni e degli infissi. Finalmente, il GISM-Piemonte e Valle d'Aosta, il CAAI-Gruppo Occidentale e la Sezione Cai di Torino, hanno unito le forze per trovare una possibile soluzione. Il Ricovero è stato affidato al CAAI e sono partite varie iniziative per una raccolta di fondi necessaria ad integrare quanto potrà giungere a livello istituzionale dal Club Alpino Italiano. Ma il buon fine dell'operazione appare tutt'altro che semplice e per nulla scontata. A ben guardare i costi di certi bivacchi recenti, viene da chiedersi se la condanna di talune strutture non sia già in qualche modo stata decretata. In ogni caso abbiamo aperto una sottoscrizione pur consapevoli delle attuali difficoltà economiche generali che investono tutti noi. E' possibile fare una donazione per il Rifugio Ferreri sul conto corrente intestato al CAAI-Gruppo occidentale con le coordinate IBAN IT07N0326801000000853107050.
Vi sono inoltre due cassette per le offerte, una presso l'Albergo Cantoira di Cantoira, l'altra presso l'Albergo Savoia di Forno Alpi Graie.
Il rifugio, se come speriamo verrà recuperato, acquisirà il nome "Ferreri-Rivero"; questo per ricordare nuovamente il magistrato - accademico torinese a cui era stato intitolato lo sfortunato bivacco al Mulinet, per tre volte andato distrutto.
sabato 1 settembre 2012
ORCO TRAD FEST
22 Settembre - ORCO TRAD FEST
A conclusione del Secondo International Trad Climbing Meet in Valle dell’Orco, è stato organizzato un evento “aperto” al pubblico, una vera festa dell'arrampicatore che, dopo una giornata passata sulle pareti di granito, si concluderà con un gran concerto/party, il miglior modo per chiudere la settimana del Meeting.
Questo è lo spirito della giornata: un'occasione di scalare a contatto con arrampicatori provenienti da tutto il mondo, di scambiare con loro impressioni ed esperienze e, perchè no, di rubare anche qualche segreto ai più bravi.
Lo scopo è quindi di ritrovare vecchi amici e di farne di nuovi, arrampicando insieme, forti e meno forti, confrontandoci con generosità sul granito della Valle dell’Orco. Per chi viene dall'arrampicata sportiva e non ha mai praticato la scalata tradizionale con posa di protezioni sarà anche l’occasione di provare, così come di toccare con mano le famose fessure della Valle, che spesso richiedono tecniche di incastro poco conosciute.
Il ritrovo per l’ORCO TRAD FEST è fissato per le ore 9 al parcheggio del Sergent.
Per raggiungerlo basta, proprio all’uscita della galleria di Ceresole, svoltare a sinistra e proseguire sino a quando la strada non è bloccata.
Qui sarà possibile procedere all'iscrizione, del costo di 10 Euro, che darà diritto ad una maglietta ricordo della manifestazione, e ad un aggiornamento con le numerose nuove vie realizzate nella Valle dopo la pur recente uscita della Guida di Maurizio Oviglia edita da Versante Sud, partner della manifestazione. Inoltre verrà consegnato agli iscritti un coupon per partecipare all'estrazione di alcuni premi messi a disposizione dai vari sponsor tecnici del Meeting.
Alle 18, dopo una giornata di scalata che ci auguriamo proficua per tutti, ci si ritroverà presso la Sala Polivalente al Grand Hotel di Ceresole Reale per l'estrazione dei premi.
A seguire, alle 21 grande concerto/party di chiusura della manifestazione, nello stesso luogo.
Serate aperte al pubblico
Nella settimana del Meeting sono inoltre in programma altre due serate di grande interesse, che si effettueranno sempre nella Sala Polivalente al Grand Hotel di Ceresole Reale.
Lunedì 17 settembre - ore 21
Proiezione “I luoghi e la storia dell’arrampicata in Valle dell’Orco”
presentazione e commenti dell'Accademico Andrea Giorda
Mercoledì 19 settembre - ore 21
Proiezione “Jam Crack”
avventure di scalata in USA e Patagonia dell'Accademico Marcello Sanguineti
Ulteriori informazioni al sito www.tradclimbing.it
In alternativa è possibile contattare gli organizzatori Claudio Picco (claudio.picco@hotmail.it) o Mauro Penasa (m.penasa@rtm.it)
giovedì 30 agosto 2012
Dalla parte del lupo cattivo
E’ con un po’ di stupore e con rammarico, che negli ultimi tempi ho letto e sentito della minaccia che il lupo potrebbe costituire per la pastorizia e l’agricoltura di valli come le nostre.
Appare chiara un’evidente disinformazione oltre che un pericoloso retaggio culturale che affonda le radici in un oscurantismo quasi medioevale. E’ come se la causa delle sfortune e della crisi delle attività agropastorali, peraltro già in atto da tempo, fosse oltremodo da attribuire al lupo e non (come spesso invece accade) a una cattiva gestione che non punta affatto sulla filiera corta, sull’innovazione e sulle “idee”. Si badi, chi scrive è uno strenuo difensore della pastorizia alpina e ben conosce le estreme difficoltà cui ormai pochi coraggiosi vanno incontro per mantenerla viva. Eppure, una maggiore attenzione nella “prevenzione” potrebbe garantire una perfetta convivenza tra un predatore naturale selvatico come il lupo e l’uomo, evitando così di legittimare qualche atto sconsiderato che, dietro la penosa scusa di difendere la pastorizia, potrebbe invece risolversi in mero bracconaggio. Perché, si creda, ho talvolta sentito difendere questa pratica illegale quasi si trattasse di una “tradizione” per le nostre valli, quando cacciatore e bracconiere erano messi sullo stesso piano per questioni di sopravvivenza. Si sappia, invece, fatto che mi sembra più utile per una corretta informazione, che la Politica Agricola Comunitaria (PAC) per il 2014-2020 prevede tra le sue priorità un incentivo per la conservazione delle specie di particolare pregio, tra cui il lupo, così come la difesa degli habitat naturali. E’ l’Europa a chiedercelo. Nonostante i tagli annunciati, inoltre, si renderanno disponibili 1 miliardo e 200 milioni di Euro per le attività agricole e zootecniche italiane. Nei programmi di Sviluppo Rurale delle Regioni, come ha chiesto il WWF, una parte delle risorse dovrebbe essere impiegata per la prevenzione e la riduzione dei danni causati dalle specie selvatiche, evitando così che la soluzione unica (che molti vorrebbero) sia l’abbattimento. Difendere la biodiversità è l’unica strada possibile per contrastare una dequalificazione del territorio sempre più invasiva, il cui risultato è uno squilibrio dell’habitat naturale. Dunque, ci si pensi bene prima di dire che esiste un reale “problema lupo”. Se poi dovesse capitarvi girovagando per le nostre montagne di incontrare questo schivo e magnifico animale, godetevi il momento, unico e imperdibile.
giovedì 23 agosto 2012
Per una nuova visione delle cose
Certi detrattori del GISM e della sua storica battaglia “ideale”, ci hanno spesso descritti come dei conservatori un po’ nostalgici del tempo passato. Ora a parte il fatto che è tutto da dimostrare se questo sia vero, personalmente non vedo alcunché di negativo nella “nostalgia”, in quanto ciascuno è libero di relazionarsi come meglio crede rispetto al proprio passato.
La nostalgia, al pari del bel ricordo, della gioia, del dolore, della paura, dell’esaltazione, è un sentimento, e noi che siamo alpinisti e scalatori, abbiamo provato questi stati d’animo e siamo fieri di poter dire che il “sentimento” è un punto fermo del nostro andare per monti.
Dunque, chi ci accusa di essere dei conservatori non s’accorge semmai che siamo i depositari del medesimo sentimento che certamente albergò nell’animo del più antico proto - alpinista. Suggerirei anzi a costoro di accantonare per un attimo i giudizi critici, di scrutare con attenzione nell’intimo e di scoprire il significato ontologico del proprio “essere alpinisti”.
L’essere “conservatore” viene spesso contrapposto all’essere “rivoluzionario”. Ma che cos’è la rivoluzione? Il termine viene dal latino revolutio che significa “rivolgimento”, ovvero un mutamento improvviso e profondo che comporta la rottura di un modello precedente e il sorgere di un nuovo modello. L’alpinismo stesso, per esempio è stato rivoluzionario per quanto concerne una nuova consapevolezza del paesaggio alpino e della montagna.
Nei suoi oltre due secoli di storia, si sono avvicendate rivoluzioni tecniche che si sono inevitabilmente accompagnate a delle rivoluzioni etico-filosofiche. Al tecnicismo eccessivo, per esempio, hanno fatto eco da sempre delle forti reazioni uguali e contrarie, tant’è che se dovessimo rappresentarne su di un grafico l’andamento fenomenico, ne otterremmo una curva sinusoidale.
Un’idea è dunque “rivoluzionaria” quando è figlia del contesto storico-sociale in cui si manifesta, quindi, può diventare paradossalmente un’idea conservatrice qualora questo contesto venga a mutare sensibilmente.
Il fatto che noi, oggi come ieri, difendiamo l’alpinismo come fatto etico, ideale ed artistico, può dunque, all’analisi dell’evoluzione dell’alpinismo degli ultimi 25 anni, apparire più che rivoluzionario.
E’ importante però che il nostro sodalizio sappia veramente concorrere al dibattito etico-filosofico odierno in materia d’alpinismo, esprimendo una certa dinamicità del pensiero e delle idee cogliendo realmente la novità del nostro messaggio, rifuggendo il rischio di rimanere arroccati con un certo immobilismo su tematiche esclusive, fatto che realmente rischierebbe di alimentare gli stereotipi da parte di qualche osservatore poco accorto.
Gli ultimi due anni, per noi, sono stati caratterizzati da un intenso lavoro, guidati e ispirati dal nostro Presidente Spiro Dalla Porta Xydias che ha saputo, con intelligenza e onestà intellettuale, comprendere l’importanza dell’inserimento del nostro gruppo nelle complesse pieghe dell’alpinismo di oggi.
E’ stato necessario innanzitutto un lungo lavoro di analisi critico-razionale degli ultimi 30 anni dell’alpinismo, un lavoro che si è articolato attraverso lo studio ma anche attraverso confronti, tavole rotonde e dibattiti. Si è sentita l’esigenza soprattutto di fare chiarezza in merito a certi movimenti di pensiero, da un lato accusati di essere la causa della progressiva sportivizzazione dell’alpinismo e che, dall’altra, sono stati strumentalizzati da un’eccessiva quanto errata agiografia dei personaggi che ne sono stati protagonisti.
Si rivalutano così oggi, sotto una luce diversa e smascherando definitivamente una sorta d’inganno, dei genuini tentativi del passato di difendere una dimensione spirituale della scalata ben al di là della vetta stessa, che per il nostro GISM ha da sempre assunto un valore simbolico.
Si comprende allora in modo più chiaro la vera genesi della sportivizzazione dell’alpinismo, mutuata in questi ultimi decenni anni dal tecnicismo esasperato ed da un conseguente inaridimento “sentimentale”. E, si badi bene, non si tratta affatto come qualcuno vorrebbe invece trasmettere, di essere contrari alla cosiddetta “arrampicata sportiva”. Per fugare qualsiasi dubbio, chi scrive, è anche un tecnico di questa disciplina sportiva che non intende affatto avere la pretesa di sostituire in alcunché la scalata alpinistica o l’arrampicata su terreno naturale.
E’ invece importante comprendere quali siano stati, soprattutto negli ultimi due decenni, gli eccessi e le degenerazioni di un “vento sportivo” della scalata che, assimilato dalla massa media dei praticanti, ha decretato una progressiva banalizzazione della pratica della montagna, con la pretesa quasi dovuta, che questa dovesse essere adattata alle capacità medie del singolo.
Questo modello di pensiero che potremmo tradurre con la “montagna plaisir”, è figlio di una società che ha diffuso caduchi modelli di benessere sotto la falsa prospettiva che la tecnologia possa risolvere tutto. Sicurezza in montagna in primis. L’alienazione del rischio e dell’incertezza della riuscita attraverso l’accanimento del mezzo tecnico, rischiano così per diventare i pericolosi elementi che, oltre ad un inaridimento “spirituale”, aprono le porte a quella montagna della privazione delle libertà e dei divieti che oggi, sempre di più stiamo conoscendo.
Veniamo così privati della nostra sensibilità creativa, della possibilità di scegliere il modo di confrontarci con la montagna; spesso siamo accusati dai media e da un’opinione pubblica sempre più “conservatrice” di essere solo dei romantici che ammiccano alla bella morte. Quasi il romanticismo, poi, fosse un disvalore e noi non fossimo semplicemente degli appassionati che ritengono ancora che il “sentire” (il sentimento) sia un elemento importante e insostituibile per tramutare l’avventura in montagna una bella esperienza interiore.
Ma, oggi, la deità del grado e del mezzo tecnico che mitiga il rischio a favore della prestazione sportiva, comincia a mostrare segni di cedimento. Si rivendica nuovamente una pratica della scalata che parta dalla sensibilità interiore dell’individuo, ponendo in primo piano l’incertezza della riuscita e la montagna come reale “spazio per la fantasia”.
E’ il concetto del “sentimento della meta” dove l’elemento centrale diviene l’esperienza interiore ed emotiva, non più la volontà di affermazione personale o il consumo “meccanico” della parete e della montagna. E non si temano pericolosi e insidiosi fraintendimenti che qualcuno di noi, non ancora perfettamente consapevole, può rischiare di scorgere in questa nuova sensibilità.
Come già scrisse Gian Piero Motti più di 35 anni fa, soltanto ciò che non è veramente sacro può essere dissacrato.
Alcuni giorni fa mi sono recato ad esplorare una zona di massi con un giovane praticante di bouldering, avvezzo soprattutto al mondo dell’indoor e della competizione. Sul far della sera, dopo aver tracciato numerosi passaggi nuovi, ho chiesto lui cosa pensasse di quella giornata. Ero curioso di sapere in quale misura il contesto del paesaggio circostante, per me di particolare forza evocativa, avesse in lui suscitato un qualche sentimento rubando un po’ d’attenzione al fine. “ E’ stata una giornata visionaria” è stata la sua risposta.
Ebbene, in quelle parole, io vedo la certezza che non solo un’altra visione dell’alpinismo e della scalata è possibile, ma quanto il sentimento sia un valore irrinunciabile. E questo perché la nostra sensibilità non può prescindere dalla percezione dell’elemento naturale qualunque esso sia, anche nel pieno dell’azione.
Non importa se stiamo raggiungendo una vetta, un colle, percorrendo una parete senza vetta, o scendendo una parete con gli sci. Parafrasando ancora una volta Motti, “l’importante non è affermare sé stessi ma vivere sensazioni più profonde”.
La nostalgia, al pari del bel ricordo, della gioia, del dolore, della paura, dell’esaltazione, è un sentimento, e noi che siamo alpinisti e scalatori, abbiamo provato questi stati d’animo e siamo fieri di poter dire che il “sentimento” è un punto fermo del nostro andare per monti.
Dunque, chi ci accusa di essere dei conservatori non s’accorge semmai che siamo i depositari del medesimo sentimento che certamente albergò nell’animo del più antico proto - alpinista. Suggerirei anzi a costoro di accantonare per un attimo i giudizi critici, di scrutare con attenzione nell’intimo e di scoprire il significato ontologico del proprio “essere alpinisti”.
L’essere “conservatore” viene spesso contrapposto all’essere “rivoluzionario”. Ma che cos’è la rivoluzione? Il termine viene dal latino revolutio che significa “rivolgimento”, ovvero un mutamento improvviso e profondo che comporta la rottura di un modello precedente e il sorgere di un nuovo modello. L’alpinismo stesso, per esempio è stato rivoluzionario per quanto concerne una nuova consapevolezza del paesaggio alpino e della montagna.
Nei suoi oltre due secoli di storia, si sono avvicendate rivoluzioni tecniche che si sono inevitabilmente accompagnate a delle rivoluzioni etico-filosofiche. Al tecnicismo eccessivo, per esempio, hanno fatto eco da sempre delle forti reazioni uguali e contrarie, tant’è che se dovessimo rappresentarne su di un grafico l’andamento fenomenico, ne otterremmo una curva sinusoidale.
Un’idea è dunque “rivoluzionaria” quando è figlia del contesto storico-sociale in cui si manifesta, quindi, può diventare paradossalmente un’idea conservatrice qualora questo contesto venga a mutare sensibilmente.
Il fatto che noi, oggi come ieri, difendiamo l’alpinismo come fatto etico, ideale ed artistico, può dunque, all’analisi dell’evoluzione dell’alpinismo degli ultimi 25 anni, apparire più che rivoluzionario.
E’ importante però che il nostro sodalizio sappia veramente concorrere al dibattito etico-filosofico odierno in materia d’alpinismo, esprimendo una certa dinamicità del pensiero e delle idee cogliendo realmente la novità del nostro messaggio, rifuggendo il rischio di rimanere arroccati con un certo immobilismo su tematiche esclusive, fatto che realmente rischierebbe di alimentare gli stereotipi da parte di qualche osservatore poco accorto.
Gli ultimi due anni, per noi, sono stati caratterizzati da un intenso lavoro, guidati e ispirati dal nostro Presidente Spiro Dalla Porta Xydias che ha saputo, con intelligenza e onestà intellettuale, comprendere l’importanza dell’inserimento del nostro gruppo nelle complesse pieghe dell’alpinismo di oggi.
E’ stato necessario innanzitutto un lungo lavoro di analisi critico-razionale degli ultimi 30 anni dell’alpinismo, un lavoro che si è articolato attraverso lo studio ma anche attraverso confronti, tavole rotonde e dibattiti. Si è sentita l’esigenza soprattutto di fare chiarezza in merito a certi movimenti di pensiero, da un lato accusati di essere la causa della progressiva sportivizzazione dell’alpinismo e che, dall’altra, sono stati strumentalizzati da un’eccessiva quanto errata agiografia dei personaggi che ne sono stati protagonisti.
Si rivalutano così oggi, sotto una luce diversa e smascherando definitivamente una sorta d’inganno, dei genuini tentativi del passato di difendere una dimensione spirituale della scalata ben al di là della vetta stessa, che per il nostro GISM ha da sempre assunto un valore simbolico.
Si comprende allora in modo più chiaro la vera genesi della sportivizzazione dell’alpinismo, mutuata in questi ultimi decenni anni dal tecnicismo esasperato ed da un conseguente inaridimento “sentimentale”. E, si badi bene, non si tratta affatto come qualcuno vorrebbe invece trasmettere, di essere contrari alla cosiddetta “arrampicata sportiva”. Per fugare qualsiasi dubbio, chi scrive, è anche un tecnico di questa disciplina sportiva che non intende affatto avere la pretesa di sostituire in alcunché la scalata alpinistica o l’arrampicata su terreno naturale.
E’ invece importante comprendere quali siano stati, soprattutto negli ultimi due decenni, gli eccessi e le degenerazioni di un “vento sportivo” della scalata che, assimilato dalla massa media dei praticanti, ha decretato una progressiva banalizzazione della pratica della montagna, con la pretesa quasi dovuta, che questa dovesse essere adattata alle capacità medie del singolo.
Questo modello di pensiero che potremmo tradurre con la “montagna plaisir”, è figlio di una società che ha diffuso caduchi modelli di benessere sotto la falsa prospettiva che la tecnologia possa risolvere tutto. Sicurezza in montagna in primis. L’alienazione del rischio e dell’incertezza della riuscita attraverso l’accanimento del mezzo tecnico, rischiano così per diventare i pericolosi elementi che, oltre ad un inaridimento “spirituale”, aprono le porte a quella montagna della privazione delle libertà e dei divieti che oggi, sempre di più stiamo conoscendo.
Veniamo così privati della nostra sensibilità creativa, della possibilità di scegliere il modo di confrontarci con la montagna; spesso siamo accusati dai media e da un’opinione pubblica sempre più “conservatrice” di essere solo dei romantici che ammiccano alla bella morte. Quasi il romanticismo, poi, fosse un disvalore e noi non fossimo semplicemente degli appassionati che ritengono ancora che il “sentire” (il sentimento) sia un elemento importante e insostituibile per tramutare l’avventura in montagna una bella esperienza interiore.
Ma, oggi, la deità del grado e del mezzo tecnico che mitiga il rischio a favore della prestazione sportiva, comincia a mostrare segni di cedimento. Si rivendica nuovamente una pratica della scalata che parta dalla sensibilità interiore dell’individuo, ponendo in primo piano l’incertezza della riuscita e la montagna come reale “spazio per la fantasia”.
E’ il concetto del “sentimento della meta” dove l’elemento centrale diviene l’esperienza interiore ed emotiva, non più la volontà di affermazione personale o il consumo “meccanico” della parete e della montagna. E non si temano pericolosi e insidiosi fraintendimenti che qualcuno di noi, non ancora perfettamente consapevole, può rischiare di scorgere in questa nuova sensibilità.
Come già scrisse Gian Piero Motti più di 35 anni fa, soltanto ciò che non è veramente sacro può essere dissacrato.
Alcuni giorni fa mi sono recato ad esplorare una zona di massi con un giovane praticante di bouldering, avvezzo soprattutto al mondo dell’indoor e della competizione. Sul far della sera, dopo aver tracciato numerosi passaggi nuovi, ho chiesto lui cosa pensasse di quella giornata. Ero curioso di sapere in quale misura il contesto del paesaggio circostante, per me di particolare forza evocativa, avesse in lui suscitato un qualche sentimento rubando un po’ d’attenzione al fine. “ E’ stata una giornata visionaria” è stata la sua risposta.
Ebbene, in quelle parole, io vedo la certezza che non solo un’altra visione dell’alpinismo e della scalata è possibile, ma quanto il sentimento sia un valore irrinunciabile. E questo perché la nostra sensibilità non può prescindere dalla percezione dell’elemento naturale qualunque esso sia, anche nel pieno dell’azione.
Non importa se stiamo raggiungendo una vetta, un colle, percorrendo una parete senza vetta, o scendendo una parete con gli sci. Parafrasando ancora una volta Motti, “l’importante non è affermare sé stessi ma vivere sensazioni più profonde”.
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