domenica 31 luglio 2011
giovedì 9 giugno 2011
Trad Climbing
Nel mondo dell’arrampicata contemporanea, già sufficientemente variegato e ricco di distinguo tecnico-etici, tiene banco in questi ultimi tempi la “questione” della scalata trad.
Quest'abbreviazione, in sintonia con i consueti provincialismi della cultura nostrana, ormai solidamente esterofila, sta per traditional climbing ovvero “arrampicata tradizionale”. Con essa normalmente viene intesa l’arrampicata che non fa uso di protezioni fisse, dal momento che eventuali punti d’assicurazione intermedi vengono rimossi durante la scalata. La confusione, a questo punto, è già enorme per chi magari arrampica o pratica alpinismo da tempo, figuriamoci per colui che intenda da neofita avvicinarsi alla scalata. Avendo attraversato 30 anni di arrampicata ho avuto modo di vedere come questa si sia evoluta e trasformata, passando attraverso eventi anche traumatici in senso storico e, non di rado, quanto sia stata soggetta a equivoci e mistificazioni. Ciò ha determinato pieghe ed assetti diversi nel modo di concepire la scalata che, proprio perchè non affrontati con la dovuta considerazione culturale, hanno poi condotto a fenomeni di degenerazione che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ora, alla luce di questo fatto, risulta necessario più che mai non incorrere in erronee interpretazioni o in maldestre sovrapposizioni storico-culturali, tentando invece, di avvalerci degli strumenti critico razionali che sono ampiamente a nostra disposizione. Ricorrendo all’antropologia culturale, và detto che per tradizione s’intende generalmente quell’insieme di usi, di costumi e di relativi valori, che nel tempo vengono appresi, conservati, modificati e tramandati alla generazione successiva. Dunque, apparentemente, staremmo parlando nel nostro caso di una scalata che fa riferimento alla “tradizione” e, di conseguenza, verrebbe automatico pensare che essa sia riconducibile alla “nostra tradizione”.
Essendo la storia della scalata relativamente giovane, nonché prevalentemente evolutasi nel nostro continente e soprattutto in ambiente alpino (da cui il termine “alpinismo”), potremmo ragionare legittimamente in termini “europei”. La storia dell’alpinismo è quindi di per sé un po’ cosmopolita, proprio perché i suoi protagonisti, europei, hanno contribuito in due secoli a scriverla apportando ciascuno un po’ delle proprie culture ed esperienze tecniche, diverse, in quanto maturate su terreni morfologicamente differenti. La “questione del trad”, come mi sia consentito definirla in questa sede, ha avuto come luogo d’innesco mediatico la Valle dell’Orco, anche se, oggettivamente, si è già imposta all’attenzione degli arrampicatori in numerose realtà geografiche italiane. Per quanto concerne la Valle dell’Orco, vi si può leggere in prima battuta un preciso significato: e’ in Valle dell’Orco che, nei primi anni ‘70, con l’avvento del “Nuovo Mattino” ha avuto origine l’”arrampicata moderna” torinese. Dunque, sarebbero qui le origini della nostra tradizione?
In realtà non lo sono, perché, a modo suo, anche il free-climbing nostrano ha un suo trascorso che affonda le radici nelle “scuole di arrampicamento” teorizzate da Adolfo Hess nei primi del ‘900. Le protezioni “tradizionali” utilizzate durante l’arrampicata, erano costituite da chiodi da piantare nelle naturali fessure della roccia, oppure, successivamente, da cunei di legno da infiggere a forza nelle spaccature più larghe. Il chiodo da roccia fu a lungo osteggiato dai “puristi” in quanto ritenuto elemento banalizzante della scalata, fino a quando non comparve il chiodo “a espansione/pressione”. Questo chiodo non utilizzava le fessure naturali bensì veniva infisso, previa foratura, quando la roccia risultasse compatta. Si aprì come sappiamo, soprattutto nelle Alpi orientali, il periodo delle “direttissime”, con la reale possibilità che qualsiasi parete potesse essere superata.
Per questioni più morfologiche che “tradizionali”, il suo uso sulle nostre Alpi occidentali rimase abbastanza limitato. Tuttavia fu proprio forando la roccia delle valli torinesi che, alla fine degli anni ‘60 e nei primi anni ’70, vennero realizzate delle vie di arrampicata diversamente “non proteggibili” in alcune loro sezioni. Si tratta di vie celebri come la “Via del Naso” al Bec di Mea in Val di Lanzo, oppure “Tempi moderni” e “Sole nascente” al Caporal, in Valle dell’Orco. Entrate di diritto nella storia dell’arrampicata piemontese, esse sono dunque parte integrante della nostra “tradizione”. In quegli anni la comunità alpinistica subalpina venne a contatto culturalmente e tecnicamente con il mondo dell’arrampicata anglosassone. Lo fece attraverso le analisi e i saggi di Gian Piero Motti, ideologo e fautore del “Nuovo Mattino”, e grazie alla presenza a Torino dello scozzese Mike Kosterlitz.
Fu quest’ultimo, proprio in Valle dell’Orco, ad introdurre tra gli arrampicatori subalpini i “blocchetti a incastro” (nut) che permettevano di proteggere le fessure in modo clean, cioè senza fare ricorso a chiodi e martello. L’assimilazione di quelle novità tecniche non volle però dire qui da noi il ripudio del chiodo tradizionale e neppure di quello a pressione, che lo stesso Kosterliz aveva peraltro usato proprio durante la prima salita della via “Sole nascente” alla parete del Caporal. Motti s’interessò particolarmente alla realtà californiana, colorita da un pragmatismo all’americana che rendeva evidente quanto il “nostro alpinismo” fosse stato menomato dal decadentismo retorico, che aveva addirittura affossato l’epica del suo passato storico. Gli americani, non essendo ancorati al retroterra culturale alpinistico mitteleuropeo (che di fatto ne aveva rallentato l’evoluzione tecnica), scalavano per il piacere di scalare, pur riconoscendo in quell’esperienza dei risvolti dal valore introspettivo. Al di là dell’interesse per le “novità filosofiche”, Motti analizzò anche gl’indubbi progressi tecnici degli americani, che dopo un periodo di artificialismo e di chiodatura esasperata, avevano riscoperto un’idea di “arrampicata libera” con il minor numero di protezioni fisse possibili.
L’interesse per l’idea californiana, non era però suggellato da una volontà di emulazione. Ben conscio del grande valore della “nostra tradizione alpinistica”, quanto assai critico con alcune “degenerazioni” e “rigidità” rischiose dell’alpinismo americano, l’ideologo – alpinista torinese intendeva con il “Nuovo Mattino” aprire una fase culturale nuova. Essa avrebbe dovuto comportare momentaneamente la rinuncia della vetta, dimostrando che si poteva vivere una dimensione “spirituale” importante, non necessariamente essendo legati a un tradizionale valore simbolico. Non che non fosse riconosciuto un “sentimento della vetta”, ma non se ne ammetteva per ragioni ovvie l’esclusività. Dunque, la “filosofia dell’altipiano”, sottolineando come la grande avventura si potesse vivere anche su una parete di fondovalle in modo “gioioso” e assi lontano dagli stereotipi ideal-tradizionali. Il “Nuovo Mattino” non voleva affatto rinunciare all’alpinismo e neppure alla “vetta”, ma intendeva farvi ritorno con uno spirito nuovo. “Tecnicismo” e “spiritualità” sarebbero divenute, come è giusto che sia in alpinismo, valori complementari. Al “sentimento della vetta” pur bello ed esclusivo a suo modo, si sostituiva, come io lo definisco da tempo, il più laico “sentimento della meta”. Ci fu chi travisò però questo messaggio, sia per scarsa sensibilità, sia in totale malafede. Ancor oggi, non mi stupisce che in certi cenacoli culturali il “Nuovo Mattino” sia considerato in qualche modo addirittura l’innesco di una genesi voluta della “sportivizzazione della scalata”. Fatto è che dall’”equivoco” del “Nuovo Mattino”, scaturì una corsa all’arrampicata fine a sé stessa. A partire dalla seconda metà degli anni ’70, in particolare, andò affermandosi sempre di più un’idea di arrampicata libera (free-climbing), cioè senza l’ausilio di mezzi artificiali (come i chiodi) in funzione di appiglio e tesa a superare sempre maggiori difficoltà. Ciò fu reso possibile anche grazie alla diffusione delle scarpette con la suola di gomma liscia ed aderente.
L’evoluzione dell’arrampicata fu rapida e pronta ad assimilare nuove influenze, specialmente quelle geograficamente più vicine a noi. Lo stesso chiodo a pressione, mai del tutto ripudiato, ebbe una sua evoluzione trasformandosi in un tassello più sicuro e più adatto alla necessità di spingere ai massimi limiti l’arrampicata libera: lo spit. Poco importava se questo voleva dire l’abbattimento della componente psicologica dell’arrampicata con la notevole riduzione del rischio, permettendo ancora una volta di salire praticamente su qualsiasi parete priva di fessure naturali. A differenza del vecchio chiodo a pressione/espansione concepito per la scalata artificiale, lo spit era ritenuto in qualche modo più legittimo perché funzionale alla scalata “libera”. La diffusione di itinerari protetti sistematicamente con questo mezzo fu enorme, anche se alcuni (pochi) continuarono a vederlo con diffidenza, così come in alcuni luoghi una sorta di “pudore tecnico” ne limitò l’uso. I grandi fuoriclasse francesi, ma anche tedeschi, italiani e addirittura inglesi, facevano scuola e contribuivano alla massificazione dell’arrampicata, che non tardò molto a diventare “sportiva” a tutti gli effetti con le prime competizioni di Bardonecchia nel 1985.
Le pareti attrezzate per la pratica di questa disciplina sono proliferate a dismisura in tutta Europa e soltanto nel mondo anglosassone, specialmente in Inghilterra e in certi siti degli Stati Uniti, si è preservato un forte zoccolo tecnico - culturale di arrampicata clean, cioè senza l’uso di protezioni fisse come gli spits o addirittura senza i “tradizionali” chiodi da roccia ( etica hammerless). Il termine traditional climbing o trad climbing è dunque nato in Inghilterra nei primi anni’80 per distinguere un’arrampicata clean da quella sportiva su protezioni fisse, detta appunto sport climbing.
Considerando la ciclica “reazione opposta” alla massificazione e all’eccesso di certi fenomeni, era logico che anche qui da noi la minoranza mai sopita dei detrattori dello spit trovasse il momento giusto per alzare la voce, motivata dunque dal dilagare della roccia “bucata” e “violata” in alcuni siti ritenuti in qualche modo “tradizionali”. Non è dunque un caso che ciò sia avvenuto proprio in Valle Orco, dove lo spit, seppur presente, non è mai stato troppo di casa. Una “riserva indiana” quindi, da cui far partire in qualche modo la campagna tecnico-ideologica della “scalata trad”. Ora però se ci rifacciamo come è doveroso al significato antropologico di “tradizione” espresso all’inizio di questa breve dissertazione, apprendiamo che per ragioni ovvie la nostra “tradizione arrampicatoria” è di fatto una miscellanea di influenze che si sono evolute e che sono state tramandate. Non è certo una tradizione hammerless, perchè chiodi tradizionali o “a espansione”, ne hanno scandito i momenti storico-evolutivi.
Il “Trad climbing meeting” che si è tenuto in Valle dell’Orco, ha però fornito una chiara indicazione di che cosa la nuova generazione intenda per trad, fugando ogni dubbio di una confusione con l”arrampicata tradizionale”.
Si tratta di una scalata in “ottica britannica”, dunque clean, su strutture generalmente brevi (10-30 m). In questa “nuova disciplina” vi è però molto dell’arrampicata sportiva a livello di preparazione specifica e di “obbiettivo”, come il superamento della difficoltà, pur rimettendo in primo piano la componente psicologica. La risoluzione di alcuni brevi tratti di scalata, beneficia inoltre dell’esperienza ricavata dalla pratica del bouldering. Nessuna confusione dunque, quanto piuttosto una possibile difficoltà nel gestire il rapporto di questo “spirito trad” con le vie della “nostra tradizione”, soprattutto quando si parli di riattrezzamenti.
In senso positivo, lo spirito trad può essere inteso come il legittimo tentativo di difendere certi luoghi da una possibile contaminazione delle “degenerazioni” dell’arrampicata sportiva, dall’omologazione e dall’uso dello spit plaisir come è già successo in molti luoghi.
Mettere uno spit laddove si possa invece inserire una protezione a incastro, diventa dunque un’azione inutile se non illegittima, soprattutto se ciò avvenga in certi luoghi dove si è preservata un’arrampicata “non sportiva” nel senso tradizionale del termine. La “questione del trad”, potrebbe quindi diventare semplicemente una battaglia di buon senso che, proprio per ragioni “tradizionali”, non può partire però dalla messa al bando totale e definitiva dello spit e del chiodo, ma deve limitarne invece l’uso esclusivamente nei casi riconoscibili come “legittimi”. Questo vuol dire, nel caso di riattrezzamenti di vecchie vie, un uso dello spit solo dove la roccia sia già stata bucata in origine (chiodi a espansione, vecchi spitrock, ecc..), oppure in sostituzione di certi chiodi la cui continua ribattuta – schiodatura comporterebbe un danno reale per la roccia. Combattere una battaglia assoluta e preconcetta contro lo spit, significherebbe solo assumere un atteggiamento talvolta antistorico e addirittura “anti - tradizionale”. Si evince dunque la necessità di stabilire una sorta di “anno zero” e una proiezione verso il “nuovo”, dove, a un’evidente possibilità di modificare l’angolazione con cui ci si può avvicinare alla pratica dell’arrampicata, non faccia eco una stupida e inutile lotta iconoclasta al passato, fatto che di certo non aiuterebbe la diffusione di una nuova “consapevolezza”.
Se la nuova generazione di arrampicatori saprà dialogare con quella del “passato”, io vedo nel trad climbing odierno un ventaglio di benefici che si rifletteranno, come è logico che sia, anche in alpinismo.
Dal punto di vista meramente “tecnicistico”, la rinuncia allo spit in certi casi potrà essere letta come una rinuncia alla garanzia della riuscita, a livello pratico e psicologico (soprattutto tra gli scalatori neofiti e di livello medio-basso). Sarà così possibile riporre al centro del “gioco” l’auto -consapevolezza e la costruzione di una crescita tecnica graduale e responsabile, caratterizzata anche e soprattutto dalla rinuncia.
Dal punto di vista più “idealistico”, la filosofia trad rilancia il gusto della scoperta, dell’esplorazione e, l’incertezza della riuscita, sottolinea l’importanza di quella dimensione dell’avventura che lo spit facile, in basso come in alta montagna, aveva rischiato di menomare e talvolta addirittura di azzerare. Una dimensione dell’avventura legittimata dall’idea di “spazio per la fantasia”, con in primo piano il “sentimento della meta”. E poco importa, a mio avviso, se detto sentimento sarà costruito su pochi metri di fessura proteggibile, sul versante di un masso su una grande parete alpina.
lunedì 21 marzo 2011

Il Vallone di Sea - Climbing Meeting 2011 si terrà quest'anno nei giorni 29-30 e 31 luglio, con la collaborazione del CAAI-Gruppo Occidentale, del GISM - Delegazione del Piemonte e della Valle d'Aosta e della S.A.S.P.(Società Arrampicata Sportiva Palavela-Torino).
Vallone di Sea Climbing Meeting 2011
Programma
Venerdì 29 luglio:
Ore 10,00: ritrovo presso la piazza Girardi di Forno Alpi Graie (Groscavallo)
Registrazione dei partecipanti, consegna della maglietta ufficiale del raduno e delle relazioni dei settori (costo iscrizione 10 Euro). Partenza per i settori di scalata del vallone.
Ore 21,30 – Albergo Savoia di Forno Alpi Graie: La parete terminale della Val Grande di Lanzo - proiezione di Marco Blatto e Lino Fornelli. (a cura del GISM)
Sabato 30 luglio
Ore 9,00: ritrovo presso la Piazza Girardi di Forno Alpi Graie (Groscavallo)
e partenza dei partecipanti per i settori.
Per eventuali accompagnatori o partecipanti che non arrampicano, è prevista un’escursione guidata.
Ore 18,30 – Cantoira: Albergo Ristorante Cantoira - caffè letterario con presentazione del libro “Lj Fol däl rotchéss – la grande avventura esplorativa sulle montagne delle Valli di Lanzo”. (a cura del GISM)
Ore 21,00 – Cantoira - presso il Salone delle Feste: Consegna del 3° premio Nazionale d’Alpinismo “Paolo Armando”
Ore 21,30: conferenza – proiezione con la partecipazione di alcuni protagonisti dell’arrampicata nel vallone, dal titolo “Vallone di Sea: un mondo di pietra” (A cura del CAAI-GISM)
Domenica 31 luglio
Ore 9,00: ritrovo presso la piazza Girardi di Forno Alpi Graie, quindi a Balma Massiet per le ore 10. Prove di bouldering sui passaggi storici del circuito “Polvere di Stelle” e sui nuovi blocchi preparati dai tracciatori della S.A.S.P. Scalate trad e non solo sulle “short” della Reggia dei Lapiti.
Ore 16: fine ufficiale attività
Ore 18,00 – Cantoira, presso una sala dell’albergo Cantoira: conclusioni del raduno. Relatori da confermare.
Ore 19,00: chiusura raduno e cena tutti assieme presso l’Albergo Cantoira con menù tipico delle Valli di Lanzo
sabato 25 dicembre 2010
giovedì 21 ottobre 2010
venerdì 20 agosto 2010
Avventura sulla nord della Leitosa
Questa mattinata di luglio, calda in un modo anomalo, sembrerebbe essere il momento ideale per tentare di realizzare quanto ci siamo prefissati. Il vallone della Leitosa che stiamo risalendo da circa un ora è infatti un luogo notoriamente freddo, esposto a ovest e soleggiato soltanto nel primo pomeriggio. La nostra intenzione è inoltre quella di attaccare la parete nord ovest del gigantesco sperone che occupa il terzo vallone di Leitosa e che costituisce il più robusto contrafforte nord della Cima di Leitosa stessa. E’ una parete verticale e abbastanza compatta, inviolata in questo settore. Solo più a destra si sviluppa un itinerario del solito Grassi: Spazio Bianco sulla Mappa, che abbiamo ripetuto l’anno scorso e che ci è servito per gettare sguardi indiscreti su questo settore della montagna. Sono state 14 lunghezze impegnative, con una dura fessura finale di 6c e con soli 5 chiodi trovati in parete. Conosco molto bene questo versante costituito dalle selvagge creste della Leitosa, dove ho arrampicato molto, e che ritengo assai più severo per isolamento e difficoltà di ritirata di molte altre zone più blasonate delle Alpi piemontesi.
Siamo partiti dal fondo del vallone di Sea con l’imbracatura già indossata e tutto il materiale appeso. L’intenzione è quella di scalare con uno zainetto leggero e recuperare con i jumars il sacco più grande in cui abbiamo riposto acqua, materiale per eventuale bivacco di fortuna e poco vestiario. A me, che sarò il capocordata della salita, sarà concesso di scalare con il solo materiale. Una volta in sosta recupererò il sacco più grande e, l’amico Luca, salirà poi con lo zainetto più piccolo.
Luca è per me un secondo ideale, abile schiodatore, arrampicatore veloce e ottimo artificialista. E’ inoltre in grado di intuire le mie mosse in parete dalla sua posizione di sosta e gestire la corda in modo ottimale. Insomma, è un compagno che dà grande sicurezza e che testimonia quanto un abile secondo di cordata sia fondamentale quanto un primo, soprattutto nelle salite di montagna. Sono quasi le otto e stiamo risalendo il faticoso canale detritico che sovrasta il celebre Masso di Nosferatu. Giunti sotto l’obbligato rateau de chevre che chiude il canale, fatichiamo un po’ a passare strisciando fra i blocchi e gli ontani, poiché il materiale appeso si impiglia un po’ ovunque. Imbocchiamo la cengia rampa sotto la misteriosa Parete del Nano ed in breve raggiungiamo il plateau del primo vallone di Leitosa e con il gias omonimo. Superiamo dunque la base della Cresta della Cittadella e scendiamo nel canale che difende il secondo vallone. Lo risaliamo tra fitti ontani e poi per pietraia fino alla base della Cresta NNO della Leitosa e del torrione detto Il Gallo. Il versante freddo e poco solare ci sovrasta con immense e articolate pareti, talvolta tormentate da lunghe creste che scendono ripide e poco invitanti dalla quota 2870 m. Finalmente, dopo l’attraversamento di una sterminata pietraia, raggiungiamo il terzo vallone e la base della imponente parete triangolare che costituirà la prima e impegnativa parte della nuova via che intendiamo aprire.
Sono solo le 9,30 ma siamo sudati al punto che dobbiamo immediatamente idratarci, a scapito delle nostre scarne riserve d’acqua. Un ultimo sguardo col binocolo mi conferma le preoccupazioni che mi avevano assalito un anno prima. L’ultimo terzo di parete è sbarrato da enormi gradini rovesci e, l’unica possibilità di passaggio per non impelagarsi in lunghi e difficili tratti di artificiale, è rappresentata da una placca verticale, forse addirittura strapiombante in alcuni punti.
C’è da sperare che da questa posizione di osservazione e, data la distanza, non si riesca a vedere la presenza di fessure, che ci permetta di salire con le sole nostre protezioni tradizionali. Viceversa la situazione diverrebbe critica. Le prime tre lunghezze non riservano sorprese ma, la roccia, e meno bella di quanto ci fossimo immaginati. La parete diviene sempre meno articolata e ci conduce giocoforza dentro un diedro già evidente dal basso. Allestisco alla sua base un punto di fermata su due chiodi e recupero il sacco grande. Ma questo si impiglia sotto una lama sporgente e non c’e verso di smuoverlo. Luca è allora costretto a salire per liberarlo ma, quando arriva all’incirca all’altezza di questo, si accorge che è incastrato assai più a destra rispetto alla linea di salita. Mi raggiunge allora in sosta e poi scende sulla verticale calato da me fino al sacco che raggiunge con un paio di pendolate. Il guaio è risolto con una perdita di tempo limitata e una risalita sulle corde.
Sono le 11,30 e dopo otto lunghezze siamo oltre metà parete. Vedo già la sezione chiave della salita, cioè la placca verticale e compatta che caratterizza il vertice del grande triangolo. Ma raggiungerne la base è tutt’altro che facile, poiché mi trovo più a destra e sotto una barriera di tetti, inoltre detta placca è difesa da una curiosa e lunga cornice spiovente. Dopo un paio di azzardati tentativi in arrampicata libera, mi arrendo all’evidenza e inizio una complicata ed espostissima traversata in A2, che mi obbligherà ad usare nell’ultimo tratto un paio di bong di grandi dimensioni. Arrivo dunque alla base della placca, mi alzo ancora con un passo in artificiale e con una mano riesco a chiodare e ad allestire al meglio una sosta in una fessura semicieca e verticale. Il recupero del sacco comporta un interminabile e pauroso pendolo dello stesso, senza però conseguenze.
Mentre assicuro Luca che velocemente risolve il tiro sulle staffe, alzo lo sguardo oltre la piccola convessità della placca che mi impedisce una visuale completa e spero che l’esile fessura continui oltre per permettermi di piazzare le protezioni. Riparto fra un misto di curiosità e apprensione e, dopo un passo già abbastanza complesso, esco dalla convessità entrando nel cuore della placca verticale. Subito mi assale un certo sconforto quando vedo con sgomento che non vi sono fessure! Rimango fermo su un gradino sulle punte dei piedi con le mani addossate alla placca che vorrebbe sputarmi all’indietro nel vuoto. Passano quasi cinque minuti e i polpacci mi esplodono per la scomoda posizione, mentre penso al da farsi. Cinque metri di placca panciuta di 6b da fare in arrampicata in discesa mi separano dall’ultimo friend che ho piazzato poco dopo aver lasciato la sosta, precludendomi praticamente la possibilità di ritirarmi. Decido allora di proseguire, sperando nella provvidenza e puntando ad una sporgenza verticale quattro metri più in alto. “Se riesco ad agguantarla in dulfer non la mollo più” penso in silenzio. Salgo su minuscole tacchette altri due metri arenandomi di nuovo contro una zona liscia. Potrei azzardare il passo ma devo assolutamente proteggermi. Scorgo allora un curioso buco nella roccia nerastra, che è in realtà una piccola dilatazione di una crepa.
Sembra abbastanza profondo e potrebbe ospitare un chiodo. Appigliato con la mano sinistra ad una presa pessima e con i piedi messi abbastanza male tento di infilarvi la punta di un chiodo, che poi, in modo un po’ scomposto e con la medesima mano tento di martellare. Ma al secondo colpo questo schizza via come un proiettile, e rimbalza più volte sui 250 metri di parete sottostante. Rinuncio ai chiodi ma mi devo sbrigare poiché potrei scivolare da un momento all’altro con un volo poco auspicabile. Ma ecco che provvidenzialmente mi ricordo di avere appeso al porta materiale dell’imbracatura anche un ball – nut di Luca, un curioso nut meccanico “bifaccia” che ho usato poche volte e che non mi piace per niente. Lo infilo nel buco e noto subito che si piazza saldamente. Non finirò mai di ringraziare Luca per avermelo offerto e cambierò da questo istante idea sulla sua validità, lo giuro! Rincuorato dalla protezione, mi riassetto in posizione e tento una difficile pinzata di dita su delle piccole tacche molto distanti e con i piedi solo in appoggio. Mi alzo tra una smorfia e un grido strozzato di fatica mentre punto alla sporgenza verticale ormai quasi a portata di braccio. Trattengo il respiro e apro una bracciata verso destra. Presa! Immediatamente accoppio le mani sulla sporgenza mentre con il piede destro piazzato in una concavità cerco di assorbire al meglio lo sbilanciamento. Ancora un attimo di tensione, e poi anche i piedi si pareggiano donandomi una posizione stabile. Salgo rapidamente poco più di un metro e, un gradino netto che afferro con la mano destra, mi dice che il peggio è passato. Rimonto facilmente gli
ultimi metri della placca riuscendo addirittura a piazzare un friend e poi allestisco un’ottima sosta su di una piccola cengia detritica. Mentre recupero Luca, guardo soddisfatto verso il basso la chiave della salita appena superata: 18 metri con difficoltà di 6b+ e 6c continue, due friend e un ball nut di protezione. I tre tiri che seguono non riservano sorprese, tranne una lama gigantesca che afferro in traversata dopo un diedro e che noto con sgomento essere completamente staccata e appoggiata alla parete. Alle 15, 30 esco al vertice del triangolo e dalle difficoltà dopo 350 metri: abbiamo lasciato in parete solo due chiodi. Scorgo l’ometto che avevo rinforzato l’anno precedente e che mi dice che mi sono ricollegato all’uscita di “Spazio bianco sulla mappa”. Ci aspettano ora facili ma insidiose lunghezze sulla cresta che ci condurranno sulla selletta appena sotto la vetta. Guardo l’altimetro: siamo a quota 2650. Tolgo le scarpette e metto le scarpe da avvicinamento per arrampicare, poiché le difficoltà non superano ormai il 5b. Occorre tuttavia prestare attenzione alla roccia poco solida, ai tratti esposti ed insidiosi. Ma l’itinerario, in questo tratto già percorso, è come stampato in mente e non vi sono sorprese. Infatti, già alle 16, 40 siamo in vetta a quota 2870, con uno splendido sole che ci illumina e ci riscalda. Abbiamo arrampicato per oltre 500 metri, merce rara nelle nostre valli e, cosa più importante, siamo passati in apertura su difficoltà abbastanza elevate per questo tipo di terreno solo con attrezzatura tradizionale. E’ questo il modo di arrampicare in montagna che più ci piace, sapendo leggere la montagna e individuandone i punti deboli, in barba a chi a poca distanza da qui si permette maldestramente di attrezzare le soste sugli spit alla nord della Mondrone e perfino sul “Murari” alla Bessanese. Mentre percorriamo verso nord la cresta, in direzione della Cima settentrionale di Leitosa, getto uno sguardo sui due versanti: quello più dolce e meno difficile della Valle di Ala, quello dominato dal baratro sul Vallone di Sea. Fortunatamente ho buona memoria fotografica e individuo la Via Altavilla – Vittoni che sale dal secondo Vallone di Leitosa: l’ho già utilizzata un paio di volte in discesa ed è rapida e veloce, con facili roccette di II e III° grado. In circa due ore siamo sugli sfasciumi alla base della parete nord e ci portiamo sul filo dell’antica morena laterale del secondo Vallone di Leitosa, ora parzialmente vegetata. Sono le 19,30 e l’imbrunire incomincia a incombere sul Vallone di Sea, ma non mi preoccupo, poiché da questo punto potrei scendere in qualsiasi condizione, anche senza pila frontale. Lottando con gli ontani scendiamo nel marcato canalone valanghivo e di scolo che sovrasta la Parete degli Hobbit e lo Specchio di Iside. Sarei da qui tentato di puntare in direzione dello Specchio e calarmi direttamente da una delle tante linee che non avrei difficoltà a reperire. Ma la vegetazione e troppo fitta, per cui risaliamo come da copione fino alla base della Cresta della Cittadella, da cui raggiungiamo il Gias Leitosa primo. Dopo una breve sosta all’alp ci incamminiamo alla volta della Parete del Nano e del canale di Nosferatu, che percorriamo ormai nella semi oscurità. Giunti al masso omonimo stanchi e affamati, Luca propone l’estrema follia di una giornata visionaria: non scendere assolutamente a valle se prima non avremo salito la celebre fessura Motti alla luce dei frontalini. Non so per quale motivo accetto, lasciando però dopo una giornata da capocordata l’onore a lui di salirla dal basso piazzando le protezioni. In breve Luca, che mostra ancora una freschezza non comune, risolve i fatidici 15 metri e recupera il sottoscritto stanco e per nulla pentito delle cortesia concessa all’amico sul “semplice” 6a. Un gioioso pediluvio, durante il guado dello Stura di Sea ed effettuato nella totale oscurità, segna la fine di questa nuova avventura. Sono le ore 22,15.
Cima di Leitosa 2870 m – Valli di Lanzo
Parete NNO dello sperone del terzo vallone di Leitosa via nuova; Marco Blatto e Luca Pinto: 500 metri di arrampicata totale in circa 7 ore di scalata; diff. III/R4+ 6c obbligatorio.
In posto 2 chiodi e due cordoni di sosta a clessidre
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